mercoledì 4 gennaio 2012

Barbarian

Barbarian

Barbarian

Doomentia Records, 2011

Voto: 9/10

Venom are killing music, Hellhammer are killing Venom, Barbarian will kill you all. Only 1984 is real!
Questo è il blasfemo manifesto dei Barbarian. Se ne facciano quindi una ragione gli innumerevoli seguaci del viking-folk:
qui, fortunatamente, non c'è traccia di Thor, nè tantomeno riferimenti al sacro Valhalla.

Il recente trio toscano (ebbene sì, sono italiani!) vede Borys Crossburn alla voce e chitarra, D.D. Prowler al basso
e Lorenzo Bellia (arruolato in altre realtà come PistönsMurk e Noia) alla batteria.
Dopo un demo stampato esclusivamente su cassetta, i nostri giungono in breve tempo al debutto sotto 
Doomentia Records
 con questo album omonimo (attualmente si può trovare solo in vinile, ma è prevista prossimamente
una versione su disco ottico). Sei brani, per un totale di
venticinque minuti di totale tributo ai maestri del vecchio marciume sonoro: Bathory, Hellhammer, Sodom, Venom,
più una spruzzatina d'attitudine Dischargiana che non fa mai male.

Una piccola precisazione: ultimamente, purtroppo non solo nel nostro paese, vi è una nauseante presenza di band formate da
personaggi privi di senso, totalmente devoti al cosiddetto "old school revival". Gente con scarsacultura musicale, la quale sfrutta in pieno l'attuale trend imperante per guadagnarsi rispetto (qualcuno li chiama tristemente "punti scena")
e avere così un passatempo per ravvivare i noiosissimi weekend, tra una birra e l'altra.
Fortunatamente i Barbarian (così come i messinesi Bunker 66 e i
brasiliani Apokalyptic Raids, tanto per citare due delle più recenti realtà) sono di tutt'altro spessore: basta infatti dare un ascolto
ad uno qualsiasi dei loro pezzi, per rendersi conto che qui trasuda vera e genuina passione. Si sente, eccome, che hanno alle spalle un "background" di tutto rispetto,
con anni e anni di dischi (rigorosamente in vinile, immagino) ascoltati e usurati, tape trading e tutte quelle belle cose lì,
alla faccia degli inetti che dei Celtic Frost hanno soltanto la t-shirt, o cd tristemente masterizzati.

Tornando a parlare del disco, sono prevalentemente le sonorità elvetiche a farla da padrone, sia per le vocals di Borys, le quali sono un chiaro e sincero
omaggio al buon Tom G. Warrior (i classici "Uh!" e "Auuuuugh!" si sprecano), sia per la cadenza generale dei brani, assolutamente cupa e doomeggiante, mi
balzano subito alla mente Serve in Heaven, Reign in Hell oppure ancora Human Pest (la migliore del lotto per il sottoscritto), senza dimenticare qualche strizzatina d'occhio
a fulminanti accelerazioni molto punkish (Rain of fire).
In generale, comunque, i pezzi viaggiano su una media di quattro minuti
e risultano essere piuttosto vari, con il rarissimo pregio di non stancare mai, complice anche l'ottima produzione che rende pienamente giustizia
alle splendide parti di batteria.
Altro punto a favore risulta essere l'azzeccatissima copertina, morbosa riproduzione di un quadro del visionario polacco Zdzislaw Beksinski
(anche se mi sarei aspettato Giger per completare l'opera di worshippamento, ehhehe).

Poco da aggiungere, in conclusione: inutile toccare l'argomento originalità, qui siamo di fronte ad una vera e propria perla dell'underground italiano,
in grado di polverizzare e spedire nel dimenticatoio gran parte delle ultime uscite di acts ben più altisonanti.
Lunga vita al barbaro! 

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