Era nell’aria, e alla fine è successo: i Fleshgod Apocalypse, autentica rivelazione nostrana in campo Death Metal, hanno definitivamente sfondato accasandosi con l’etichetta delle etichette (Metal), Nuclear Blast. Dopo il portentoso Oracles e l’ottimo Ep Mafia, entrambi per la grandissima Willotip, la Nuclear Blast ha azzannato i nostri reclutandoli sotto la sua bandiera, con la conseguente esplosione (chissà quanto centra Nuke) di sinfonie epiche nel sound dei nostri: sì, perché questo disco è un concerto di musica classica e Death Metal. Non dite che saltano fuori dal nulla però queste influenze grate a Mozart e Beethoven, in quanto se su <I>Oracles l’idea era solo abbozzata, Mafia già dava loro una discreta forma oggi esplosa nel nuovissimo Agony, e forse proprio questo ha permesso ai nostri di accasarsi alla prestigiosa label tedesca.
Agony, una discesa nei vari volti oscuri che appartengono all’uomo, mantiene inalterato il mitragliante modo di concepire il Death Metal da parte dei nostri, oggi però (quasi) soffocato con dosi di sinfonie massicce di puro sapore classico, niente a che vedere con tastiere da Gothic Metal o quant’altro. A tal proposito, le voci pulite di Paolo Rossi (basso) mai come ora donano un aspetto operistico al tutto incastrandosi perfettamente nel contesto. Bisogna chiarirlo infatti: qui non si hanno delle sinfonie che poggiano su una base Death Metal, bensì potrebbe tranquillamente essere il contrario tanto l’intreccio è solido e bilanciato. Non a caso Tommaso Riccardi (chitarra e voce), in una recente intervista, chiarisce proprio come questo album sia stato concepito pensando a come suonare davvero della musica classica, con chitarre, basso e batteria che vanno a sostituire strumenti come fiati, timpani ed archi: cambiano gli strumenti ma la concezione è la medesima. Quindi, non giriamoci intorno: a molti non piacerà, dicendo che non si sentono nemmeno le chitarre, che c’è troppa sinfonia e che non è Death Metal, mentre ad altri probabilmente Agony non solo piacerà, ma lo adoreranno in quanto questo disco è ben scritto, ottimamente suonato e mirabilmente prodotto.
Parlando della musica e dei vari brani, si può senz’altro notare come le sinfonie abbiano portato anche delle parti più rilassate e meno tritaossa rispetto al passato, senza però diventare qualcosa di leggero: non speratelo, è tempo perso. Il sound è sempre pieno, corposo, ricco di elementi, davvero imponente. Il growl è spietato, i riff impetuosi e senza sosta, la batteria il solito, devastante, mitragliatore, e la voce operistica a volte raggiunge picchi davvero ardui da intravedere. Ogni singolo pezzo appare come un tassello del puzzle, qualitativamente molto omogeneo ed assestato su livelli davvero invidiabili: la follia di The Deceit, l’impetuosità di The Violation e l’oscurità di The Egoism sono solo una parte dei peccati dell’uomo qui magistralmente esposti, e poche davvero le volte ove l’impressione che il tutto sia un poco prolisso e pesante da digerire, soprattutto del finale dove un leggero calo (o semplicemente si comincia ad accusare un poco di stanchezza nell’assorbire un sound così pieno) serpeggia nell’ascolto, senza macchiare, comunque, la riuscita d’un album veramente ottimo, brutalmente epico, vorace, un’incredibile maestosità che annichilisce e, contemporaneamente, manda in un’estasi violenta, a volte folle e malata, altre quasi tragica.
I Fleshgod Apocalypse hanno messo in piedi qualcosa che vale la pena di approfondire, un lavoro che gli proietterà davvero molto in alto rivolto soprattutto a chi non ha paura di sentire il tanto caro Death Metal assumere facce non proprio convenzionali alle putridità criptiche di qualche tomba in uno sperduto cimitero indonesiano.
L’unico appunto che mi viene davvero da fare è: quanto Nuclear Blast inciderà (ed ha inciso) nel sound dei nostri? Per ora non abbiamo di che lamentarci, ma speriamo davvero che in futuro non si tarpi il talento in favore di una proposta maggiormente vendibile.
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